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Andrea Leonelli

andrea-leonelliSalve Andrea, ti presenti ai nostri lettori?

Salve a tutti, ho 45 anni e sono nato a Firenze. Emigrato in Romagna all’età di 30 anni, dal 1991 faccio l’infermiere. Da 15 anni lavoro nelle rianimazioni. Prima a Borgo San Lorenzo (in Mugello, dove sono cresciuto), poi a Ravenna e infine a Faenza, dove attualmente vivo. Mi presto volentieri a fare dei corsi d’aggiornamento come relatore quando mi viene richiesto, soprattutto sugli aspetti più tecnici delle macchine che utilizziamo in reparto. La mia passione più grande, oltre al mio lavoro, è la scrittura. Leggere e scrivere sono le due facce della stessa medaglia. Mi piace la musica, la tecnologia e dare una mano a chi, come me, sta provando ad emergere nel mondo letterario/editoriale. Faccio parte di un network (Il Mondo dello Scrittore) che promuove autori “non ancora famosi”, come è solito dire il mio editore, Piera Rossotti di Edizioni Esordienti Ebook con la quale ho pubblicato le mie tre raccolte di poesie. Le attività del network sono molteplici e occupano buona parte del mio tempo libro.

Lavori da molti anni in area critica. Quanta rianimazione e quanto burnout?

Come dicevo prima, dal 2000 sono in rianimazione e non posso che parlare positivamente di questa mia “carriera”. È un reparto pesante, sia a livello fisico che a livello emotivo. Diciamolo pure, anche se non rientriamo nella categoria, è un lavoro usurante. Poi, chi pratica la nostra professione sa quanto fare i turni possa modificare i ritmi e le abitudini di vita. Non so se posso portare me stesso come esempio, ma io non riesco più a organizzare la mia settimana in sabato, domenica, lunedì o martedì. Per me è molto più indicativo e utile usare solo il numero del giorno. Ovviamente non ci sono né Pasqua né Natale né Capodanno. Ci sono giorni in cui lavori e altri in cui riposi, indipendentemente da cosa fa il resto del mondo attorno a te.

Però certi giorni li riconosci dal silenzio in cui tutto è immerso quando vai al lavoro, ad esempio la domenica mattina oppure dalla frenesia, quando smonti dal pomeriggio, che caratterizza il sabato sera, quando c’è in giro più gente del solito.

Burnout? È una brutta bestia insidiosa. Penso che ne siamo tutti colpiti, magari a periodi, diventando un po’ più insofferenti, meno tolleranti ma soprattutto demotivati. Proprio in questi frangenti diventano essenziali degli spazi extra lavorativi, in cui riequilibrare il proprio animo con attività che ci piacciano e che ci rilassino. Mettiamola pure in questo modo: che ci diano l’energia per credere, “anche oggi”, in una professione importante per i pazienti e per chi sta loro vicino. Invece, in ambito lavorativo il supporto fra colleghi è fondamentale. D’altronde siamo parte integrante di un gruppo e se un membro cede, sono tutti gli altri a pagarne le spese, quindi aiutare un collega in difficoltà è anche un aiutare se stessi.

Rianimazione aperta: si o no?

Entrambe le versioni hanno i loro pro e contro. Purtroppo nei reparti, di solito, vale una regola sola per tutti ma, a parere mio, si dovrebbero valutare i singoli casi. Ogni caso è diverso sia clinicamente che umanamente e ci sono molteplici fattori di cui dover tenere conto. Per cui credo di non avere una risposta precisa. L’unica risposta, che penso sia coerente, è la personalizzazione del caso tenendo conto di cosa sia meglio per il paziente. Poi, nella realtà, ci si va a scontrare con tutto l’apparato organizzativo-burocratico che rappresenta il contorno usuale della vita di reparto.

Lottate ogni giorno al confine tra la vita e la morte. Il fine vita, come lo affrontate?

Il fine vita è conseguenza inevitabile dell’esistenza. Fa parte del ciclo naturale delle cose ed è fisiologico come respirare. La differenza sta nel modo in cui lo si affronta e lo si accetta. Ci sono decessi in ogni fascia di età. Però quando ti trovi di fronte al decesso di una persona giovane, ti colpisce sempre più forte. La morte, per chi ci lavora assieme, è paragonabile a uno stato d’animo. Come la preoccupazione, la paura o la fame. Colpisce in modi diversi a seconda del contesto in cui è inserita.

E comunque anche questa, come le altre emozioni, è estremamente personale. Non credo esista un metodo universalmente buono per affrontarla. La devi accettare per quello che è. Ma anche se a parole è facile, nella pratica non lo è affatto. Ci sono casi in cui l’attesa del decesso si protrae per giorni, consumando sia il malato che i suoi cari. In questi casi accompagnare il paziente e i parenti fino al momento della morte è spesso causa di giorni emotivamente dolorosi anche per gli operatori. Altresì ci sono morti improvvise che lasciano tutti un po’ stupiti. Certo, in rianimazione stupirsi per un decesso è un po’ strano, dato che i pazienti che sono ricoverati in questi reparti sono tutti in equilibrio precario e basta veramente poco per una ricaduta fatale.

Il valore della squadra, quanto conta?

Il lavoro di squadra è assolutamente indispensabile. In una realtà come la nostra è imprescindibile. Avere dei colleghi fissi di turno ti permette di trovare una coordinazione lavorativa che diventa, alla fine, un processo automatico di assegnazione dei ruoli che, specie durante le emergenze, si traduce in una sinergia che può fare la differenza. Si riducono i tempi di reazione e si riesce a operare, senza ostacolarsi, in spazi che spesso sono affollati di persone, materiali e attrezzature. Ovviamente nei turni fissi possono presentarsi tipi diversi di problematiche (molto spesso solo interpersonali e che si dovrebbe trovare un modo di risolvere al più presto dato che siamo professionisti).

Nel caso in cui i colleghi di turno siano sempre variabili, dopo un periodo di tempo più lungo, si riesce comunque a trovare un’intesa simile.

Ci ha colpito molto una tua frase: “Lavorare in rianimazione è un bellissimo inferno”. Cosa ti ha donato e cosa ti ha tolto nella vita quotidiana?

Mi ha donato molte soddisfazioni a livello personale e professionale e altrettanto mi ha tolto in energie fisiche ed emotive. A volte si torna a casa quasi strisciando, stanchi ma soddisfatti del lavoro svolto. Altre volte si subiscono “sconfitte”, spesso inevitabili, ma che ti lasciano l’amaro in bocca e quella sgradevole sensazione di inutilità che è francamente demotivante. Ci sono periodi più pesanti e altri meno, ma questo non comporta che l’intensità delle cure sia più leggera. Ci sono i corsi di aggiornamento che uno riesce a fare e altri che interessano, ma a cui non si ha la possibilità di partecipare. C’è la mancanza cronica del personale che spesso costringe a rientrare al lavoro. Ci sono le ferie che a volte saltano. Ci sono molti problemi che la maggior parte di noi conoscono. Il punto critico sta proprio lì: sono tematiche che NOI conosciamo ma che spesso la gente ignora.

Però i momenti belli non mancano. Ci sono anche i successi.

Uno degli eventi migliori che possono capitare è il caso del malato che, una volta dimesso, torna a trovarti per ringraziarti. Sono attimi in cui ti commuovi e che ti ripagano di ogni sforzo fatto.

La medicina narrativa, la usate in rianimazione?

Quando ho fatto la scuola io, la medicina narrativa non credo esistesse ancora come definizione. Inoltre, da noi, i malati hanno grosse difficoltà a “narrare” la propria storia perché sono intubati o sedati. I parenti, loro malgrado, raccontano una diversa versione della malattia da quella che ci direbbe il paziente stesso, se fosse in grado di interagire. In questo caso, è evidente che le sfumature più significative si perderono. Infatti solo chi vive una condizione di disagio può realmente esprimere il proprio stato e il proprio vissuto riguardo a tale esperienza.

Il 2010 ha segnato profondamente la tua vita. Ti va di parlarcene? Cosa è cambiato a livello personale e professionale?

Nel 2010, esattamente sette giorni dopo il mio quarantesimo compleanno, ho avuto un infarto. A quanto detto dal cardiologo, molto brutto. Successivamente ho scoperto anche io quanto grave fosse stato, leggendo la cartella clinica. Diciamo che ho avuto anche la fortuna, in tempi brevissimi, di diventare “oggetto” di tutte le cure e i trattamenti necessari. In un attimo mi sono trovato “catapultato dall’altra parte del letto”. Non sono finito in rianimazione ma in UTIC. Tuttavia, in qualsiasi reparto uno si trovi, diventa chiaro che il ruolo dell’utente è davvero scomodo. In poche parole, è evidente il fatto che gli operatori sanitari possono essere talvolta dei “pessimi pazienti”.

Poesie, romanzi, racconti. Scrivi per passione? Ci parli delle tue opere?

Io scrivo principalmente poesie, almeno per il momento, ma ho scritto anche racconti brevi. Sto scrivendo un libro sulle mie esperienze quotidiane, dopo l’infarto, che interesserà anche l’ambito lavorativo ospedaliero. Penso ci vorrà ancora qualche tempo ma state sintonizzati. Avrei materiale pronto anche per una quarta silloge poetica, ma sarebbe prematuro pensare di pubblicarla a così breve tempo dall’uscita di “Crepuscoli di luce”.

La prima raccolta di poesie, “La selezione colpevole”, è molto cruda, diretta e va a colpire quelle parti del lettore che sono legate alla sofferenza e alla solitudine che, per, me, sono altre forme del dolore. È stata scritta in un momento molto difficile, nel periodo di depressione successiva all’infarto. Il dolore e la solitudine provati in quei mesi hanno trovato questa via di sfogo. In quel momento la scrittura è diventata per me terapeutica e mi ha aiutato a superare un periodo veramente durissimo, pieno di pensieri autolesionistici.

La seconda Raccolta, “Consumando i giorni con sguardi diversi” è stata scritta in un periodo di transizione, un momento in cui aspettavo l’attimo giusto per cambiare vita. Ovvero l’istante che mi avrebbe permesso di variare quei fattori che mi avevano portato al malessere.

“Crepuscoli di luce” è, invece, una sorta di punto d’osservazione, da cui scruto in parte il passato come era e dal quale, soprattutto, punto il mio sguardo verso il futuro. É forse più complesso e più completo delle altre sillogi, dando uno sguardo più globale su quanto è il mio modo di vedere alcuni aspetti della vita.

Sono sicuro che in tutte le cose che ho scritto ogni lettore possa riconoscersi.

Qual è l’opera più bella che hai scritto o quella che senti più “tua”?

Sono affezionato a tutti i miei lavori. Come ho scritto nella risposta precedente, ogni opera è connessa a periodi e stati d’animo personali che non rinnego. Alla prima silloge sono legato perché mi ha aperto un mondo, la seconda perché mi ha insegnato l’importanza sia dell’attesa sia dell’azione. La terza perché mi ha fatto capire che i cambiamenti possono portare a vivere la vita in modo più completo e che l’evoluzione personale, nonché la presa di coscienza di se stessi, sono un percorso costante e continuo nella storia di ognuno di noi.

Se qualcuno volesse chiederti delle informazioni, come potrebbe contattarti?

Può farlo attraverso il mio blog http://andrealeonelli.altervista.org o attraverso i social network, mi trovate facilmente con il mio nome.

Rispondo sempre molto volentieri a tutti, ma non garantisco tempi brevissimi.

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Pubblicato il: 18-03-2015

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Pubblicata da: The Daily Nurse

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