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L’Inghilterra e quel debole per gli infermieri italiani

Gli ospedali inglesi vengono ad arruolare infermieri in Italia. Ne apprezzano la professionalità e la competenza e in cambio offrono maggiori prospettive di carriera e uno stipendio migliore. Il fenomeno sta crescendo negli ultimi mesi, complice anche il blocco delle assunzioni nel nostro paese

Roberta Pizzolante⎪Martedì 25 Novembre 2014, 03:00

«Negli ultimi mesi si registra una maggiore richiesta di infermieri italiani perchè viene riconosciuta loro una preparazione lusinghiera», conferma Luigino Schiavon, presidente del Collegio Ipasvi (Infermieri professionali, assistenti sanitari, vigilatrici d’infanzia) di Venezia. «In passato l’Inghilterra attingeva infermieri dalle ex colonie inglesi, ma poi questi migravano presto negli Stati Uniti, così gli inglesi, dopo aver testato professionisti di altre parti d’Europa, hanno scoperto gli italiani e ne apprezzano molto la competenza e la professionalità». Un flusso di infermieri italiani esiste anche verso altri Paesi, come la Germania, gli Emirati Arabi, l’Australia, precisa Schiavon, ma si tratta di poche decine all’anno, nulla a che vedere con il canale che si è venuto a creare con l’Inghilterra.

In genere, il reclutamento avviene attraverso agenzie oppure sono gli stessi infermieri, da freelance, a rendersi disponibili presso le strutture straniere. La formula usata è più o meno la stessa in tutti gli annunci. In genere l’agenzia offre il pacchetto completo, comprensivo di alloggio gratuito per i primi mesi, formazione e tutoraggio in loco, trasporto dall’aeroporto e in alcuni casi anche un paio biglietti aerei per quando si desidera tornare a casa.

Di recente, però, l’Ipasvi ha attivato un sistema di tipo istituzionale che collega direttamente gli infermieri con le strutture pubbliche inglesi, in questo caso con il Lancashire teaching hospitals NHS Foundation Trust, che fornisce servizi ospedalieri generali distrettuali a 370 mila persone a Preston e Chorley e cure specialistiche a 1,5 milioni di persone in tutto il Lancashire e la Cumbria meridionale, nell’Inghilterra occidentale. La prima selezione si è svolta a ottobre (a marzo dovrebbe ripetersi) e ha portato alla scelta di 39 tra laureandi e laureati che andranno a lavorare da gennaio negli ospedali del Lancashire. «I colloqui non sono stati svolti da un’agenzia, ma direttamente dalle infermiere degli ospedali inglesi, che hanno valutato soprattutto l’aspetto della motivazione», racconta Schiavon. «Alla fine della prova i ragazzi già sapevano chi era risultato idoneo, quando avrebbero inizato a lavorare e il reparto di appartenenza». Gli infermieri italiani lavoreranno sei mesi nelle strutture inglesi e, se sceglieranno di continuare, il loro contratto diventerà a tempo indeterminato.

Questo tipo di selezione offre più garanzie agli operatori di casa nostra, che si mettono al riparo da offerte a volte poco attendibili e possono affrontare la nuova esperienza con tutte le tutele del loro Ordine professionale. Ma il vantaggio è anche per le strutture. Le stesse reclutatrici hanno ammesso che il livello degli infermieri così selezionati è più elevato rispetto a quanto avviene tramite agenzia. Gli ospedali inglesi li vogliono italiani perché «hanno tanto talento, passione, sono motivati, preparati e soprattutto sensibili», ha dichiarato Mandy Barker, dell’ufficio formazione del Lancashire.

Ma cosa spinge i nostri professionisti a cercare lavoro Oltremanica? Sicuramente è un buon investimento professionale. Già di partenza, al momento della registrazione al Nursing and midwifery council (Nmc), l’albo professionale britannico, viene offerto un salario iniziale di 21 mila sterline annue, un corso d’inglese e una formazione iniziale, che include il controllo delle infezioni, la salute e la sicurezza, e l’assistenza di ricollocazione. «Si guadagnano in media 2 mila euro netti al mesi, contro i 1.500-1.600 del nostro sistema sanitario e se si lavora a Londra lo stipendio è più alto del 5% per far fronte al costo della vita», aggiunge Schiavon. «Inoltre, il sistema inglese è altamente premiante: è possibile passare da un livello iniziale, con uno stipendio da 21 mila sterline, fino al livello di carriera più alto, in cui si guadagnano 64 mila sterline all’anno».

Chi lavora da tempo nel Regno Unito, del resto, dice di sentirsi appagato e stimato. Come Alberto, a Londra dal 2007, che racconta: «Dopo aver esercitato in diversi Pronto soccorso, ebbi l’opportunità di essere assunto permanentemente in un servizio di dermatologia. A quel punto la meritocrazia ha dimostrato di funzionare, al contrario dell’Italia; infatti dopo poco tempo il mio interesse per la specialità e le mie qualità furono molto apprezzate dal dipartimento, che volle finanziare dei corsi per abilitarmi a effettuare chirurgia dermatologica. Da allora a oggi sono diventato il coordinatore del personale infermieristico del mio servizio e dopo vari corsi universitari sono stato promosso a “Clinical nurse specialist”, specialista clinico infermiere». Sulla stessa linea la testimonianza di Michele: «La cosa che mi entusiasma è che veramente l’infermiere è molto stimato a livello professionale e c’è moltissima possibilità di fare carriera; infatti ci sono almeno 10-15 infermieri diversi. C’è l’infermiere “classico” e poi tutti gli infermieri specialisti, quello che si occupa di stomie, dolore, controllo delle infezioni, rianimatore e via dicendo. Inoltre si lavora tantissimo d’équipe. Per fare un esempio, i medici vengono da te per chiederti consigli o se hanno bisogno di aiuto con medicazioni che loro non conoscono o non sono in grado di fare. È un bellissimo ambiente e si lavora proprio tutti in armonia».

Vista dall’Italia, la crescente migrazione dei nostri infermieri fa a pugni con la carenza cronica di personale infermieristico nelle nostre strutture sanitarie. Nonostante il numero dei malati sia in aumento, da tempo gli ospedali italiani non assumono forze nuove, così gli operatori sanitari sono costretti a fare turni estenuanti per il mancato turnover e con stipendi fermi al 2009. Per questo molti neolaureati decidono di mettere a frutto la loro professionalità fuori dai confini nazionali, per poi in alcuni casi tornare con un’esperienza in più che vale anche come punteggio nei concorsi.

 

http://www.healthdesk.com

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Pubblicato il: 25-11-2014

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Pubblicata da: The Daily Nurse

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