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Jessica Casciato

Cattura

Non lo faccio mai, ma per Jessica è necessaria una presentazione: Donna, Studentessa, Compagna. L’ho conosciuta e ci siamo subito scontrati, poi le affinità intellettuali hanno prevalso ed ora sono qui ad intervistarla.
Grande J!

 

Ciao Jessica, grazie per aver accettato di farti intervistare, ci faresti una breve descrizione di te, so che sei studente di infermieristica?

Ciao Claudio, grazie a te dell’opportunità! Come hai premesso sono una studentessa al 3° anno di infermieristica, approcciata a questa professione dopo varie esperienze lavorative e dopo essermi laureata come Assistente Sociale. Credo profondamente nella visione olistica e che dunque, per raggiungere e far raggiungere il benessere, sia necessario agire su più fronti. Eccomi dunque addentrata nel mondo sanitario, dopo l’approfondimento del versante sociale, e china nuovamente sui libri a 29 anni. Diciamo che studiare ed aggiornarmi soddisfa la mia profonda curiosità verso tutto ciò che non conosco ed è dunque una passione che non penso di essere in grado di arrestare…a parte questo amo la natura (perché oltre a studiare e lavorare ho una vita), in particolare la montagna, e ancora adesso l’estate mi diletto a dormire sotto le stelle ai campi scout (ma se fa freddo mi chiudo in tenda!); inoltre amo parlare, ascoltare e capire chi ho davanti e adoro leggere e passeggiare spensierata con il mio ragazzo sul lungomare. Più o meno, riassunta, sono questo… di tutto un po’!

Anni duri, lavoro, studio e tirocinio. Come si riesce?
A questo si aggiunge la vita privata, ma ritengo che 24 ore non siano poche e, attribuendo le giuste priorità, con tanti sacrifici, determinazione nel voler raggiungere la meta ed una funzionale organizzazione si riesce a conciliare tutto. In fondo ognuno ha i propri impegni, che si possono chiamare università o famiglia o lavoro o hobby; l’importante è imparare a gestire il tempo e le energie ed essere soddisfatti di sé e di come si è speso il proprio prezioso tempo: il mio motto è “puntare in alto” e, anche nel caso in cui non dovessi arrivare mai così in alto, se non altro si percorre tanta strada verso la direzione giusta… in fondo, come dice Coelho, “non è importante la meta, ma il percorso”.

Le donne, infermieristica è una professione femminile?
Domanda dalla risposta ambivalente: per certi versi mi verrebbe da risponderti che le donne sono, per natura, maggiormente portate alla comunicazione ed alla sensibilità, mentre l’uomo è più pragmatico e tende ad essere orientato alla risoluzione del problema. Ovviamente non la considero una legge universale priva di eccezioni, ma tendenzialmente credo basti osservare i nostri rispettivi modi di affrontare la stessa questione. Ritengo dunque che entrambi siano necessari perché sono estremamente complementari, sia nel rapporto con i clienti sia nelle dinamiche tra colleghi.

La Sanità nel Lazio vista da te?
Bel dilemma da risolvere. Non amo parlare se non ho dati certi alla mano, quindi non ho modo di esprimere commenti su debiti, presunti ladri e presunte vittime. Viviamo una situazione politica in cui non esistono i “buoni” e i “cattivi”, tutto è diverso a seconda del titolo del giornale, ma la certezza è che gli sperperi sono e sono stati tanti ed oggi la famosa punta dell’iceberg è emersa, creando danni visibili e devastanti. Penso che fare tante disquisizioni teoriche sia poco produttivo quando non si hanno, come nel mio caso, le informazioni corrette, quindi credo sia fondamentale agire dove c’è possibilità di cambiare qualcosa, senza concentrarsi su argomenti lontani ed inaccessibili. Penso pertanto che se vogliamo contribuire costruttivamente ognuno deve iniziare dal proprio quotidiano, che va (tanto per citare qualcosa) dalla riduzione degli sprechi per chi vive in una realtà lavorativa alla creazione della propria strada con idee innovative per chi invece è alla ricerca di un’occupazione.

A chi ti ispiri per il tuo lavoro futuro?
Ritengo che tutte le persone siano utili a qualcosa, chi come buono chi come cattivo esempio. Cerco quindi di guardarmi intorno, valutare criticamente ciò che osservo e ogni giorno scelgo chi voglio essere, unendo l’esperienza degli altri con il mio bagaglio personale: l’infermiere non si fa…si è! Quindi mi ispiro a chi più si avvicina all’idea che ho dell’essere infermiere e, in caso di dubbio, immagino di essere dall’altra parte della barricata e mi domando, da cliente, come vorrei che fosse chi si occupa di me.

Come valuti l’evoluzione della professione infermieristica negli ultimi 10 anni?
L’evoluzione c’è stata e continua ad esserci. Possiamo fare tanti paragoni con altri Paesi europei, ma li ritengo pura retorica.. ogni realtà è unica ed irripetibile e guardare l’erba del vicino può essere produttivo se è per prendere spunto, ma può essere negativo se porta a lamentarsi sterilmente sul genere “qui non funziona niente”. Oggi si vedono i frutti dell’impegno di tanti colleghi che si sono battuti per l’istituzione dei corsi di Laurea, della Laurea Magistrale, per l’abolizione del mansionario, per il Profilo Professionale… e si battono tuttora per re-inventare una professione nel critico quadro italiano. Persone che ogni giorno, per dar risalto e creare la storia, pubblicano articoli per dimostrare che “ci siamo anche noi”, che siamo professionisti. Sono i fatti che parlano e restano, non le chiacchiere. Penso al Centro di Eccellenza (che spero ormai tutti conoscano, visto che, nato 3 anni fa, ci ha già dato la visibilità mondiale che non avevamo mai avuto), ai primi Professori associati in Infermieristica, ai tanti ricercatori delle varie Università, alle persone che, nel loro tempo libero e gratuitamente, mettono a disposizione la loro competenza e buona volontà per andare avanti nella ricerca e nella revisione della letteratura, necessarie per la buona pratica clinica. Questa è evoluzione continua, questo è il modo per ottenere rispetto, per affermare le proprie capacità senza farci dire cosa fare. Il minimo è continuare, lottando come hanno fatto e fanno loro, per continuare quest’evoluzione continua del nursing italiano. Ritengo che, essendo una professione intellettuale neonata che si trova a combattere contro oltre 600 anni di consolidata storia di egemonia medica, tanto è stato fatto negli ultimi 10-15 anni come mai nella storia dell’infermieristica italiana. Chi ha iniziato prima di noi, o ha trovato condizioni maggiormente favorevoli, è evidente che si trovi davanti a noi. Ma come ci adattiamo rapidamente ai nuovi presidi o materiali che ci agevolano il lavoro, così spero diventi un’abitudine per noi aggiornarci e lottare per il buon nome della Professione la quale, prima o poi, verrà meritatamente riconosciuta dapprima sottoforma di rispetto e soltanto poi con un adeguamento economico. Purtroppo la strada è lunga, ma arrendersi o lamentarsi non cambia la situazione: maniche rimboccate e sorriso fiero sulla bocca… perché se ancora c’è da aspettare per vedere una remunerazione rispettosa (speriamo di no) almeno possiamo prenderci delle soddisfazioni personali sul luogo di lavoro!

Quali sono, secondo te, le prospettive lavorative e formative degli infermieri italiani nel prossimo futuro?
Il futuro è multicolor… non parto dal presupposto che per averlo roseo sia necessario andare all’estero, né posso dire che qui sia molto diverso dal grigio. Sono un’Italiana, fiera della nostra terra, tradizione e cultura. Ci sono cose che non vanno? Certo! Ma le prospettive siamo noi… il Paese non è un’entità astratta, siamo sempre noi. Ci sono cose al momento troppo lontane dalla realtà quotidiana per poter intervenire in maniera rapida ed efficace, ma le prospettive sono fatte anche di creatività, coraggio ed intraprendenza (che invece dipendono da noi). Quindi abbiamo un grande futuro davanti a noi. Duro da realizzare, faticoso e sicuramente non subito appagante. Ma vorrei far parte di quell’epoca che ha cambiato la storia dell’infermieristica italiana… vedo l’infermiere di famiglia, l’infermiere territoriale, vedo ambulatori infermieristici, vedo infermieri che in ospedale vengono finalmente apprezzati e riconosciuti come professionisti, quali siamo. Ma per ottenerlo non possiamo aspettare che arrivi qualcuno a offrirci di diventare infermiere di famiglia…non possiamo pretendere che ci chiamino Dottori perché ci spetta di diritto. Dobbiamo conquistarlo, giorno dopo giorno; ad iniziare (cosa, da studentessa, terrificante da ascoltare, ve lo assicuro!) dal “Buongiorno Dottore”, rivolto al medico, e sentire come risposta “ciao bella/roscia/mora/bionda/secca/cara ecc…invece di “Buongiorno anche a lei Dottoressa”. Iniziamo a farci rispettare noi, dalle piccole cose, è così che si cambia la mentalità. Spesso vedo pretese di intervento delle istituzioni (Collegi, Federazione Nazionale, Dirigenti, Coordinatori ecc…) giustissime ovviamente, ma intanto noi, nel nostro piccolo, non ci sforziamo di cambiare il quotidiano. E’ troppo comodo aspettare che qualcuno, per noi, combatta la battaglia. Ad ognuno il proprio ruolo: noi dobbiamo farci rispettare come professionisti sul campo (vedrai che non sbaglieranno più a scrivere che abbiamo dei compiti o chiamandoci Sig/Sig.ra), i Collegi svolgano il ruolo di proteggere gli utenti e l’abuso professionale, i sindacati si facciano valere per i nostri contratti/stipendi, le Università mettano a disposizione percorsi di studio validi ed i “politici” si preoccupino di metterci nelle condizioni di lavorare bene. Per quanto riguarda la formazione, infine, credo che ancora non ci sia un’offerta paragonabile ad altri paesi, ma se devo essere onesta piuttosto che puntare su nuove competenze io mi concentrerei sul prendere coscienza di ciò che è già nostro e farlo valere. Dobbiamo puntare sulla ricerca, sulle pubblicazioni, sull’ottenere riconoscimenti di competenza su ciò che è già “il nostro campo” invece di farci dire come fare ciò che dovremmo insegnare noi ad altri (vedi le medicazioni, tanto per dirne una; io non vedo fisioterapisti cui viene indicato come lavorare dal chirurgo ortopedico, perché noi continuiamo a lasciarci togliere le nostre specificità?). Una volta che tutti parleremo la stessa lingua di base allora dovrà avvenire anche un cambiamento formativo che porti a differenziazioni di merito e di competenze tra gli infermieri stessi.

Sei raccomandata? Non credo, ma vuoi chiarire?
Più che raccomandata mi definisco “figlia d’arte”. Immagino tu ti riferisca al fatto che appena esprimo un pensiero sui social network c’è sempre qualcuno che, vedendo il cognome, mi riconosce come la figlia di un consigliere IPASVI. Ebbene sì, sono fiera di esserlo e sarà dura scrollarsi di dosso un’eredità così grande perché quando prima mi hai domandato a chi mi ispiro nella vita lavorativa non ti nego che il primo esempio positivo che mi viene in mente è mio papà. E’ una persona che mi ha trasmesso passione per questa professione, ma soprattutto mi ha sempre insegnato che il rispetto (anche e particolarmente nel lavoro) non si ottiene urlando e pretendendo, ma si conquista con la conoscenza, la competenza e la ragione, lottando per ciò in cui si crede, ma con l’intelligenza di capire come e quando parlare. Pretendendo e ponendosi male, spesso, si ottengono risultati negativi nonostante si abbia ragione: per raggiungere gli obiettivi bisogna unire la forma e la sostanza. In questo senso sì, posso essere vista come raccomandata perché chi lo conosce lo stima e, magari, potrebbe pensare che qualcosa di buono posso averlo ereditato anch’io. A parte questo direi che studiare, priva di un lavoro stabile, non mi rende particolarmente “raccomandata” (né “raccomandabile”…i miei amici mi tacciano di assenteismo dalle serate in compagnia!!) e se dovessi avere la fortuna e la capacità (servono entrambe) di trovare o crearmi un’occupazione ai posteri l’ardua sentenza… sarà raccomandazione o sarà competenza? Chi mi conosce avrà gli strumenti per valutare mentre degli altri, che parlano senza sapere, onestamente mi interessa poco…

Donne, botte, femminicidio. Una parola definitiva?
Basta! Credo sia la parola più adatta ad esprimere l’orrore. Giusto ieri sentivo un servizio in cui una donna che lavora in televisione raccontava che uno stalker, mai frequentato prima, la segue e molesta da tempo e, dopo varie denunce, è stata finalmente chiamata in tribunale. Sapete per cosa? Lo stalker ha chiesto l’affidamento dei suoi figli ed il giudice, cui non sono pervenuti i dati incrociati delle denunce depositate, le rivolgeva domande stile “perché non vuole far vedere i figli al padre?”(mentre il marito della donna, reale padre, aspettava in fondo all’aula) . Da questo si evince la criticità di due fenomeni: la disorganizzazione nel nostro Paese (possibile non abbiano ancora inventato un unico database o un altro strumento che permetta, in breve tempo, di ottenere le informazioni necessarie?!? Possibile che non si abbia un’idea di vittime e persecutori finchè non succede qualcosa che finisce sui giornali? Possibile che ad una denuncia non corrisponda una reazione uguale e contraria?) e, a mio parere, la poca salute di alcuni soggetti che, non riconosciuti e gestiti per tempo, sfociano in atti di aggressività probabilmente prevenibili.

Se qualche lettore volesse contattarti?
Il mio contatto facebook è Jessica Casciato, ma avverto: non accetto mai amicizie di persone che non conosco o con le quali non ho mai scambiato almeno un po’ di opinioni (non ho mai capito il senso di avere 2.000 amici senza che abbiano un’identità, virtuale o reale che sia). Quindi, come è successo con te, spero di ampliare le mie amicizie conoscendo virtualmente chiunque abbia voglia di confrontarsi costruttivamente su qualsiasi argomento, a prescindere dall’opinione che, anzi, arricchisce se diversa (ma sono poco tollerante verso le polemiche fini a se stesse, riportate per i famosi “sentito dire” e prive di spirito propositivo).

Grazie J

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Pubblicato il: 30-10-2013

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Pubblicata da: The Daily Nurse

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